La vita mostra lati oscuri, ricchi di presagi più o meno paurosi, imperfezioni, ingiustizie e diseguaglianze. La vita non per tutti è bella, confortevole, agiata, anzi talvolta è dolorosa, difficile da essere accolta e accettata.
La vita può perfino essere o apparire “banale”, priva di qualsiasi originalità, chiusa in sé stessa: una vita che si accompagna spesso a sentimenti di disagio, ripulsa, inganno.
Eppure in tutto ciò, nel malessere quotidiano, come fosse un filo rosso appena percettibile, sembra esserci un’attrazione, un desiderio inconfessato di attenzione.
Ho scelto la fotocamera Holga per indagare l’universo parallelo che attraversa la nostra anima.
La piccola Holga, costruita interamente in plastica, obbiettivo compreso, con un solo tempo di scatto e due diaframmi, destinata negli anni Sessanta a operai e contadini cinesi con lo scopo di immortalare i loro eventi domestici e familiari, rappresenta probabilmente l’esempio più alto di banalità.
Holga però possiede anche un’ombra, piuttosto subdola, nel suo essere fotocamera: mostra davvero la scena inquadrata ma vi aggiunge qualcosa di non previsto, nascosto, indicibile, rivelando ciò che non poteva essere visto né ad occhio nudo, né con macchine ben più performanti nella loro perfezione tecno-informatica.
Holga, nella sua perfidia, è sfuggente, sibillina, straniante, aggiunge il non detto: il lato oscuro e misterioso, “malefico” e imperfetto della vita.

































































































