Dalla pelle al foro

Dominique Stroobant

De l’épiderme au sténopé / Dalla pelle al foro

(dedico questo intervento a Paolo Gioli e a Mauro Tozzi)

Oggi voglio iniziare con tre citazioni: per primo Peeter Laurits di Tallin (Estonia) che in una sua lettera a Eric Renner nel 1988 scrisse:

(…) ogni cosa può servire da camera, ogni cosa può servire da foro stenopeico. Il mondo intorno a noi è pieno di ‘camere col buco’. Un cappotto bucherellato dalle tarme, i forellini nel fogliame. Viviamo in un labirinto di ombre e di proiezioni mezzo a degli specchi. I mondi sembrano un’enorme occhio composito diretto verso di noi. Cosa si vede? Nessuno lo sa. E nessuno lo ha mai chiesto. Ho le vertigini pensando a queste innumerevoli visioni dentro le quali viviamo, visioni delle visioni di altre visioni ancora. Ma la cosa che mi colpisce di più è la consapevolezza che ogni immagine fotografica sia in se un foro stenopeico punto nel tempo (…)”.

Scrissi una volta: vedere è sentire con gli occhi. Credevo di avere espresso chissà cosa finché non ho scoperto che in Germania vi era una donna che sapeva identificare i colori con le mani”: così il pittore fiammingo Jef Verheyen in un saggio del 1965. Da altre fonti sappiamo che i non vedenti dalla nascita riescono a descrivere paesaggi.

Citando me stesso: “impariamo a considerare i nostri occhi come pori ipertrofici della nostra pelle. Osservazioni, queste, fatte da ricercatori dilettanti o da artisti e non di rado confermate dalla ‘scienza’”.

Un frammento di Filolao di Crotone, seguace di Pitagora, è illuminante a questo proposito, quasi tentasse di descrivere il principio della scansione (chi sa se Leibniz ne trasse spunto in una sua lettera al gesuita padre Grimaldi, che stava allora in Cina, per spiegare il principio del calcolo binario nell’intento di dimostrare l’esistenza di dio) .

Gli elementi che consistono in quelli limitati (perainonta) limitano quelli che consistono in elementi limitati e illimitati (apeira) . I perainonta, erano anche chiamati gnomon in quanto costituiscono elementi di diffrazione come una squadra, un foro o l’asta di un orologio solare (la cui invenzione viene attribuita da Vitruvio ai Sumeri – lo skaphion di Beroso – come del resto la divisione del cerchio in 360 gradi). Non vi nascondo che considero il sistema decimale un regresso. Ma questo è un’altra storia.

Spesso non ci rendiamo conto a che punto la geometrizzazione sistematica e lo sviluppo dell’ottica geometrica, ossia ridurre il percepito a una scatola ortogonale, non solo abbia condizionato il nostro modo di vedere ma sia stata, poco dopo la divulgazione della prospettiva e delle sue convenzioni, costantemente trasgredita, adattata o semplicemente trascurata senza essere abbandonata del tutto. Non a caso, due secoli dopo Alberti, il matematico Abraham Brosse precisa che scopo della prospettiva non è di rappresentare il mondo come lo vediamo bensì di rappresentarlo alle nostre menti come prescritto dalle sue leggi. Il contributo del nostro forellino fu determinante per piegare la nostra visione a una scatola ortogonale. Scrive Bruno Zevi in “Controstoria dell’architettura in Italia”, Newton Compton, 1995:

E l’età della prospettiva, scoperta deleteria poiché, al posto della realtà vissuta, pone come obiettivo la sua rappresentazione tridimensionale. Da quel momento, a parte i trasgressivi, gli architetti non pensano più agli spazi, agli snodi e ai percorsi ma solo al modo di graficizzarli. Per facilitare tale compito impoveriscono la loro strumentazione, geometrizzano, mortificano l’edificio in uno scatolone. Imperversa allora l’assolutismo sadico del disegno, che provoca una strage professionale: migliaia e migliaia di persone dotate rinunciano a fare gli architetti ‘perché non sanno disegnare’ mentre a quelli che sanno disegnare dovrebbe essere precluso l’accesso alle facoltà di architettura”.

Non solo, costruire un primo telescopio era una cosa ma costruire un sistema ottico con aberrazioni ridotte è un’altra. E non solo quelle sferiche, che sono l’incubo di chi si dedica alla fotogrammetria in architettura. Pensate che nell’occasione di un congresso di fotogrammetria a Colonia nel 1977 l’ing. Dietrich Ebenfeld propose una precisissima camera con il foro stenopeico per i professionisti che non potevano permettersi le costosissime attrezzature richieste per eseguire questo tipo di rilievi. La risoluzione che ottenne Ebenfeld era di 18 linee/mm, quella che ho potuto comprovare con i miei fori. Ed era largamente sufficiente per fare rilievi grandangolari in viuzze molto strette.

Perciò è bene fare presente che il maggior incubo di Cartesio fu di non riuscire a costruire una lente asferica. Un telescopio con tale lente priva di aberrazioni avrebbe permesso di vedere pascolare ipotetiche pecore su la superficie lunare! Poi ci sono due altre applicazioni tecniche che la maggior parte degli storici non hanno mai tenuto in considerazione: l’introduzione dello specchio in vetro piano e la candela di sego, che combinati insieme permettono di riprodurre la stessa scena con un identica illuminazione indefinitamente in studio. Tengo a precisare che queste due applicazioni seguono in pochi anni la produzione di carta a buon mercato e la diffusione della stampa.

Per farla breve Giotto e Botticelli lavoravano di giorno e la generazione successiva, Michelangelo e Leonardo, potevano anche lavorare di notte. Il carteggio dei primi è ridotto, della generazione successiva abbiamo anche conservato i conti della badante.

Per tornare a Cartesio che non era un scienziato-artigiano e doveva avallarsi di maestranze, come il Ferrier, che spesso non riuscivano a spiegargli in modo convincente quello che detta l’esperienza pratica come la difficoltà di rettificare e di lucidare un superficie geometricamente piana mentre qualsiasi segmento di una superficie sferica convessa o concava viene da sé. Difatti gli specchi convessi o concavi hanno preceduto i specchi piani. Le storie di come vennero infranti certi segreti industriali nella storia è materia da romanzi; penso alla seta o per quanto ci riguarda il mitico specchio Veneziano.

Tre anni dopo la morte di Cartesio, nel 1669, Christopher Wren, architetto e astronomo pubblicò una soluzione ingegnosa ma che non ebbe seguito. Due mole a forma di iperboloide che girano intorno e perpendicolarmente a loro assi. Se l’iperboloide non ebbe successo nella smerigliatura delle ottiche, essa fu applicata con successo da due grandi precursori dell’architettura contemporanea, Wladimir Suchov (1853-1939) e Antonio Gaudi (1852-1926). Erano coetanei ma non si sa se si conoscessero. È notevole che la prima superficie rigata della storia, a mia conoscenza, sia stata pensata da un architetto per risolvere un problema di ottica… Sarà Christiaan Huygens a porre le base degli obiettivi come le conosciamo, dove superficie piane, sferiche, concave e convesse si alternano per ottenere le ricercate correzioni con le dovute approssimazioni.

Bisognerà aspettare il 900 per riuscire a realizzare il sogno di Cartesio. Ricordo ancora quando usci il primo, inavvicinabile Noctilux della Leitz… Intanto sembra che nell’isola di Gotland in Svezia siano state rinvenute lenti asferiche (le lenti di Visby) di ottima fattura in tombe vichinghe del XI secolo. Fantascienza? Ancora oggi non sappiamo com’erano concepiti gli specchi ustori di Archimede.

Ma appena venne divulgato da Arago, deputato e astronomo francese, nel 1839 il modo di fissare le immagini tramite una camera e che i costruttori di ottiche riuscirono a produrre obiettivi abbastanza corretti per piegare l’immagine alla dittatura della scatola ortogonale che sorgono a l’imprevisto “des empêcheurs de tourner en rond”.

C’erano già ma non se ne faceva troppo caso. Poeti come Goethe e il suo “Farbenlehre” che si permetteva di contestare Newton, Fraunhofer e il suo “Beugungserscheinungen”ossia quello che la diffrazione lascia apparire, e pittori come Watteau o Turner. Si manifestano gli impressionisti, e in fotografia i pittorialisti che riscoprono il foro come se con lui si dipingesse meglio “con la luce”, ma non per tracciare delle prospettive. Tra i molti manuali sulla fotografia senza lente di questo periodo che ho potuto consultare devo citarne due: “Lettres à ma fille- Sans objectif” di Combe (1899), dove si considera riprese dirette su carta grandi come degli arazzi, e “ Advanced Pinhole photography” di D’Arcy Power (1905), dove l’autore per dimostrare, contro un suo detrattore, che un’istantanea è possibile con il foro, pubblicò un’istantanea dichiarando che le asserzioni della teoria vanno accompagnate con i fatti. Scrive testualmente: “The only way to deal with a theorist is to kill him with a fact and the accompanying illustration is my bullet‘ (sic). Nello stesso periodo Cézanne dichiara che “la natura ha orrore della linea retta”, scopre che il piatto sul tavolo mentre lo dipinge non è un ellisse, ne un ovale, ma un qualcosa che oscilla tra i due. Quello che mi affascina è che come Cézanne, Joseph von Fraunhofer (1787-1826) disponeva solo del suo pennello e dei suoi acquarelli per fissare quello che vedeva. L’analisi spettrografica degli astri nasce con lui.

L’affannosa ricerca dell’autore del “cogito, ergo sum‘ che si può benissimo tradurre anche come “dubito, dunque sono‘, è indice dell’affanno di come crediamo di percepire. Semplicemente segue i dubbi di chi lo ha preceduto. Zenone dimostra per assurdo che Achille non raggiungerà mai la tartaruga e Aristotele nei “problemata” o in “peri ouranou” oltre a descrivere accuratamente il fenomeno dell’immagine rovesciata dell’eclissi attraverso un foro, dimostra la sfericità della terra osservando che due piombi non sono paralleli…

Cartesio non poteva ancora rendersi conto che la luce non si comporta solo come un’onda seguendo un asse rettilineo per rifrazione attraverso un corpo di vetro che è anche un filtro e una pelle, addirittura un composto organico, la silice. Che la luce sia fatta di elementi è una scoperta recente. Il fisico Arthur Mach scrive che le nuove teorie della relatività segnano la fine del regno dell’Etere o spazio vuoto come se non esistesse più o come non fosse mai esistito. Infatti l’universo sarebbe pieno. Per individuare e filtrare certe particelle e dimostrarne l’esistenza usiamo l’intera massa rocciosa degli Appennini da Ginevra fino al Gran Sasso. Thomas A. Prince per dimostrare l’esistenza di Raggi Gamma nella Supernova 1987A usò un palloncino di alta quota con una camera con un infinità di fori. Sembrava una spugna di forma geodesica.

Sono ormai un scalpellino di vecchia data. Esercito questo mestiere da 48 anni. So che i sassi mi guardano perché hanno pelle e pori e sudano. Hanno ragione Laurits e Jef Verheyen: l’universo è un composto di spugne.

Vorrei terminare con un saluto a Nancy e Eric Renner. Con Pinhole Resource e Pinhole Journal hanno concepito l’unica piattaforma dove scienziati, ricercatori, storici, fotografi, dilettanti di genio, studenti hanno trovato spazio per confrontarsi e divulgare l’altra fotografia, quella beninteso eseguita con la sola diffrazione.

L’anno scorso hanno affidato gran parte del loro archivio al New Mexico History Museum/ Palace of the Governors di Santa Fe. Trattandosi di 3.387 stampe originali provenienti da 67 paesi, il museo dispone della più grande raccolta di fotografie senza lenti esistente in un istituzione pubblica. Sono state tutte digitalizzate e disponibile in rete.

Dulcis in fondo, per chi non lo sapesse, l’ultimo numero di Pinhole Journal cartaceo del 3/12/2006, rese pubblica, in primis, una delle rare immagini della prima esplosione nucleare, fatta col foro stenopeico.

Tratto dalla tavola rotonda
Visivi, la fotografia attraverso i linguaggi contemporanei”,
Fratelli Alinari, Firenze 8 – 9 Maggio 2013
Mauro Tozzi è stato invitato per raccontare l’esperienza della mostra “Senza Obiettivo” (2002)